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La vita segreta delle api - Usa 2008, Gina Prince-Bythewood.


Non esiste l’amore perfetto”. Con questa frase August (Queen Latifah) cerca di calmare la rabbia di Lily (Dakota Fanning) nei confronti di una madre che voleva abbandonarla. Non c’è un amore perfetto ed è inutile ostinarsi a cercarlo o aspettarlo, perché allo stesso tempo l’amore può declinarsi in tanti modi. Non ha il potere di salvarci da tutti i mali, non può proteggerci sempre, a volte può essere causa stessa di dolore. Ma almeno, circondandosi d’amore, ci si può salvare, si può trovare la forza di ricominciare e andare avanti senza cedere alla rabbia. Come api che cooperano per produrre il miele, così le persone possono sostenersi a vicenda e collaborare.


L’assolata South Carolina degli anni ‘60 ospita una casa tutta rosa dove tre sorelle di colore producono miele e vivono armoniosamente nella comunità, ma anche l’intolleranza razzista dei bianchi al tempo della legge sui diritti civili che dava finalmente il diritto di voto ai neri. A rompere l’equilibrio arrivano Lily e Rosaleen (Jennifer Hudson), in fuga dalla loro vita ed alla ricerca di una nuova serenità. Lily, tormentata dai sensi di colpa per l’incidente con il quale ha causato anni prima la morte della madre, privata di ogni amore a causa di un padre (Paul Bettany) incapace di darne, spera anche di scoprire la verità sulla madre che ricorda appena. A casa Boatwright riceverà molte soprese, intraprendendo anche il cammino verso il perdono di sé, primo indispensabile passo per andare avanti.

La vita segreta delle api“,tratto dall’omonimo romanzo di Sue Monk Kidd, è ispirato all’atmosfera che si viveva in Georgia negli anni della segregazione razziale. Le tre sorelle, il loro benessere economico ed il loro culto della madonna nera rappresentano la forza e l’orgoglio di un intero popolo, un microsistema matriarcale parallelo a quello americano dominante, perfettamente in grado di autosostenersi, ma anche capace di dare un proprio contributo alla società. La Rosaleen interpretata da Jennifer Hudson compie il suo proprio cammino verso la liberazione, da una vita oppressa dal razzismo ad una dignitosa esistenza come sorella Boatwright “ad honorem”, in una comunità dove i neri sono ancora costretti ad entrare al cinema da porte separate e vengono picchiati per strada, ma sono anche accettati da molte persone e stanno cominciando ad elevarsi socialmente (i due protagonisti maschili sono un aspirante avvocato ed un insegnante).

Il gruppo di attrici regala intepretazioni molto intense; la ormai ex-bambina prodigio Dakota Fanning è talvolta impressionante per la sua bravura, in particolare nella scena di confronto finale con il padre, un Paul Bettany trasfigurato, inquietante e commovente. Queen Latifah, lontana dai suoi ruoli sopra le righe scalda il cuore con un personaggio forte e materno, l’ape regina che sostiene e dirige tutto l’alveare.

La visione del film lascia una sensazione forte e positiva; sorretto da una colonna sonora mai invadente ma molto ben architettata, sia nei temi originali che nei brani scelti, è una storia di rinascita e di pacificazione. Il percorso di Lily è attraverso il dolore, che anche nel bozzolo protettivo della casa delle sorelle Boatwright trova il modo di colpire violentissimo; a differenza del passato, però, stavolta Lily sarà capace di superarlo e diventare grande. L’impietoso confronto con il padre T-Ray in fondo, non mostra altro che la differenza tra chi ha avuto la fortuna di avere l’occasione di scegliere tra la rabbia e la voglia di vivere e chi non ha avuto scelta al di fuori del rancore e della solitudine. Insieme a Lily, anche gli spettatori sono condotti da un disprezzo profondo nei confronti di T-Ray ad una compassione finale inaspettata ed incondizionata.

La vita segreta delle api” è un film denso e dolce, ma non cede mai al facile sentimentalismo o alla retorica; tutti i temi trattati e tutti i personaggi ruotano intorno al bisogno, alla mancanza o alla ricerca dell’amore e a come esso possa guidare la nostra vita anche nei momenti peggiori. Un ottimo film, splendidamente interpretato e diretto con eleganza da Gina Prince-Bythewood che lo ha anche adattato per lo schermo, che merita di essere visto e assaporato.


JackR 


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Il Concerto (Le Concert)Francia, Italia, Romania, Belgio 2009.


Andreï Filipov è un direttore d’orchestra deposto dalla politica di Brežnev e derubato della musica e della bacchetta. Rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta principalmente da musicisti ebrei, è costretto da trent’anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Bolshoi. Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza. Il Théâtre du Châtelet ha invitato l’orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell’invito concepisce il suo riscatto di artista, riunendo i componenti della sua vecchia orchestra e conducendoli sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie. Scordati e ammaccati dal tempo e dalla rinuncia coatta alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato.

È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant’anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell’onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l’accusa di aver commesso atti antisovietici. Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent’anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l’occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo. 

Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell’epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l’Andreï Filipov di Alexeï Guskov è un fool, un’anima gentile dotata di un talento per l’arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l’impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male. 
Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un’amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un’irrinunciabile unità emozionale.
 

Marzia Gandolfi


http://www.ilconcerto-ilfilm.it/

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È stato ucciso un bambino di nove anni. Il piccolo corpo viene ritrovato nel fondo di un pozzo. Un delitto atroce di cui è accusato un ambulante senegalese, Abdou Thiam, che lavora nella spiaggia vicino la casa dei nonni dove il bambino è solito giocare. Inchiodano il senegalese indizi e testimonianze, ma soprattutto una foto e le dichiarazioni di un barista. Un destino processuale segnato: privo di mezzi, lo attendono una frettolosa difesa d’ufficio e vent’anni con rito abbreviato. Ma è un destino che si scontra con quello di un avvocato in crisi che trova, nella lotta per salvare Abdou in una spasimante difesa, un nuovo sapore alla vita. Abdou è davvero innocente? E come demolire la montagna accusatoria? Si dice che il rito processuale italiano non sia adatto al genere del legal thriller, tanto popolare nel mondo anglosassone. Ma il racconto di Carofiglio dipana il suo intreccio in un’aula di tribunale seguendo passo passo il lavoro di una Corte d’Assise, con i giudici, gli avvocati di difesa e di parte civile, la giuria popolare, il pubblico accusatore: e nel gioco di queste parti, nel fraseggio della noia e del colpo di scena, o dell’acuto retorico  dell’affondo micidiale di una controprova, riesce a creare la tensione della sorpresa, a insinuare il dubbio e, soprattutto, a suscitare l’attesa trepida do una giustizia liberatoria.Gianrico Carofiglio (Bari,1961), magistrato, è l’autore, tradotto in tutto il mondo dei casi dell’avvocato Guerrieri.
FB: altro che John Grisham! 

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È stato ucciso un bambino di nove anni. Il piccolo corpo viene ritrovato nel fondo di un pozzo. Un delitto atroce di cui è accusato un ambulante senegalese, Abdou Thiam, che lavora nella spiaggia vicino la casa dei nonni dove il bambino è solito giocare. Inchiodano il senegalese indizi e testimonianze, ma soprattutto una foto e le dichiarazioni di un barista. Un destino processuale segnato: privo di mezzi, lo attendono una frettolosa difesa d’ufficio e vent’anni con rito abbreviato. Ma è un destino che si scontra con quello di un avvocato in crisi che trova, nella lotta per salvare Abdou in una spasimante difesa, un nuovo sapore alla vita. Abdou è davvero innocente? E come demolire la montagna accusatoria? Si dice che il rito processuale italiano non sia adatto al genere del legal thriller, tanto popolare nel mondo anglosassone. Ma il racconto di Carofiglio dipana il suo intreccio in un’aula di tribunale seguendo passo passo il lavoro di una Corte d’Assise, con i giudici, gli avvocati di difesa e di parte civile, la giuria popolare, il pubblico accusatore: e nel gioco di queste parti, nel fraseggio della noia e del colpo di scena, o dell’acuto retorico  dell’affondo micidiale di una controprova, riesce a creare la tensione della sorpresa, a insinuare il dubbio e, soprattutto, a suscitare l’attesa trepida do una giustizia liberatoria.

Gianrico Carofiglio (Bari,1961), magistrato, è l’autore, tradotto in tutto il mondo dei casi dell’avvocato Guerrieri.


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Quando si ha la fortuna di nascere, col proprio fratello, nel Montana, paese delle montagne rocciose e dei grandi fiumi pullulanti di trote dell’Ovest americano, la pesca alla mosca, è un po’ come il tiro con l’arco per i Giapponesi: una lezione di vita, una maniera meticolosa di calibrare i propri gesti e di partecipare alla bellezza del mondo. Ci vuole del tempo, della pazienza - come ogni forma di perfezione. Il fratello del narratore era, negli anni ‘30, un magnifico lanciatore che sembrava prendere i pesci al lazo. Era anche un bad-boy, un giocatore di poker imprudente che la sua famiglia amava senza capirlo.
Questa precisione e questo talento che bisogna avere per fregare un animale così astuto come la trota, Norman Maclean li utilizza per catturare nel suo romanzo la luce benedetta dei giorni passati che per sempre vi perseguitano. Questo romanzo autobiografico del 1976 è diventato un classico della letteratura americana. Nel 1991, Robert Redford ne ha fatto un film.
FB:
- Se avete letto il libro e avete visto il film: ormai…
- Se non avete letto il libro e avete visto il film: leggete il libro cercando di dimenticare il film.
- Se avete letto il libro e non avete visto il film: perfetto!! Non guardate il film!
- Se non avete letto il libro e non avete visto il film: leggete il libro e non guardate il film.
http://www.press.uchicago.edu/books/maclean/

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Quando si ha la fortuna di nascere, col proprio fratello, nel Montana, paese delle montagne rocciose e dei grandi fiumi pullulanti di trote dell’Ovest americano, la pesca alla mosca, è un po’ come il tiro con l’arco per i Giapponesi: una lezione di vita, una maniera meticolosa di calibrare i propri gesti e di partecipare alla bellezza del mondo. Ci vuole del tempo, della pazienza - come ogni forma di perfezione. Il fratello del narratore era, negli anni ‘30, un magnifico lanciatore che sembrava prendere i pesci al lazo. Era anche un bad-boy, un giocatore di poker imprudente che la sua famiglia amava senza capirlo.

Questa precisione e questo talento che bisogna avere per fregare un animale così astuto come la trota, Norman Maclean li utilizza per catturare nel suo romanzo la luce benedetta dei giorni passati che per sempre vi perseguitano. 

Questo romanzo autobiografico del 1976 è diventato un classico della letteratura americana. Nel 1991, Robert Redford ne ha fatto un film.

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- Se avete letto il libro e non avete visto il film: perfetto!! Non guardate il film!

- Se non avete letto il libro e non avete visto il film: leggete il libro e non guardate il film.


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Big Fish - Le storie di una vita incredibile
(Big Fish).

Film del 2003 diretto da Tim Burton.

http://www.sonypictures.com/movies/bigfish/site/noflash.html


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http://blancetbeige.tumblr.com/

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“Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercar di uccidere la luna. La luna scappa. Ma pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercare di uccidere il sole? Siamo nati fortunati, pensò…”

Il vecchio e
il mare
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E. Hemingway
Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all’oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell’anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.
Che dire… un romanzo che si legge tutto d’un fiato!!
Zafon è stata proprio una bella scoperta. Ho acquistato il libro in Francia durante il periodo delle vacanze natalizie, ma dopo una ventina di pagine mi son detto che per assaporare meglio le sfumature stilistiche proprie dell’autore (visto che comunque non conosco lo spagnolo) avrei fatto meglio a leggerlo in italiano. Così è stato e non mi sono pentito.
FB

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U
na mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all’oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell’anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.

Che dire… un romanzo che si legge tutto d’un fiato!!
Zafon è stata proprio una bella scoperta. Ho acquistato il libro in Francia durante il periodo delle vacanze natalizie, ma dopo una ventina di pagine mi son detto che per assaporare meglio le sfumature stilistiche proprie dell’autore (visto che comunque non conosco lo spagnolo) avrei fatto meglio a leggerlo in italiano. Così è stato e non mi sono pentito.
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